1743 – Fiori e colori dentro me...

di Eddy Cilìa

Voleva essere una festa. Lo è stata. Ha finito per essere anche, se non soprattutto, un evento musicale di grande spessore, come di rado capita con i festival organizzati con fini benefici. Una tantum, nella più che adeguata cornice offerta dal torinese Evadamo Music Club, all’utile si sono uniti il dilettevole e in qualche momento l’emozionante. Per certo chi ha partecipato – organizzatore, musicista o astante che fosse – alla due giorni di “pace, amore e musica” chiamata “1743 – Fiori e colori dentro me…” svoltasi nelle sere del 23 e 24 maggio scorsi non lo dimenticherà presto. O, più probabilmente, mai. Avendo potuto vedere e ascoltare cose che voi umani… eccetera.

In molti lo sognavano, nessuno – componenti del gruppo in testa – pensava che sarebbe mai successo: che a diciassette anni dacché pubblicarono il loro terzo album, e a quindici da quando per l’ultima volta divisero una ribalta, No Strange tornassero a suonare in pubblico. E ancora più implausibile era fantasticare che potesse riprodursi la magia che era solita impregnare gli spettacoli di un gruppo che pure nel pieno della sua vicenda artistica mai si caratterizzò per l’intensità dell’attività live. E invece… Come se non fossero passate che poche settimane, piuttosto che tre lustri, dall’ultimo concerto la singolarissima miscela di beat e psichedelia impregnata d’Oriente di Ursus e soci si è ricreata sin dalle prime battute in tutto il suo magnetico, caleidoscopico splendore. Peccato solo che la cornice stessa nella quale il prodigio si è materializzato lo abbia costretto in quaranta scarsi minuti. Peccato che non ci siano garanzie (ma c’è già chi ci sta lavorando) che un simile miracolo non resti isolato, quando potrebbe invece essere il principio di una seconda vita per uno dei gruppi più mitizzati e purtroppo (causa deplorevoli vicissitudini discografiche) meno ascoltati di sempre del rock nostrano. Peccato infine, ma era pressoché inevitabile, che tutto il resto nella prima notte di “1743” abbia finito per sembrare contorno a fronte di un piatto principale tanto succulento.

Avrebbe forse meritato più di qualche applauso di circostanza e incoraggiamento da parte dei pochi spettatori per così dire sopravvissuti al quieto uragano No Strange Carlo Pestelli, surreale cantautore cui ha dato manforte in alcuni brani la chitarra di Roberto Bovolenta, direttore artistico del festival che in tanti ricorderanno come il Robbo degli irresistibili Amici di Roland. Avrebbero sicuramente meritato di più prima e ultimi. Violinista di estrazione classica, con un talento e un coraggio degno di una trapezista senza rete Laura Ventura ha aperto la serata eseguendo in totale solitudine, al violino elettrico, The Great Gig In The Sky dei Pink Floyd. Fanatik Pillow l’hanno suggellata a notte ormai fonda sciorinando brillante garage modello Paisley Underground. Immediatamente prima di No Strange avevano invece tenuto banco Alberto Cesa, del Cantovivo, e il poeta Gianni Milano, attempati quanto straordinari personaggi i cui meriti storici sono indiscutibili ma che nella circostanza hanno avuto il torto di non cogliere spirito e respiro di “1743”. Tirata troppo per le lunghe, la loro esibizione ha finito per sfilacciarsi e fare perdere alla manifestazione i giusti ritmi.

Problema colto e immediatamente risolto dall’organizzazione in una seconda serata in cui i tempi sono stati contingentati rigidamente e di conseguenza tutto ha funzionato come il proverbiale orologio svizzero. Tutto o quasi. Se il 23 ci si era crucciati che No Strange, e non altri, non avessero potuto regalare di più, il 24 il dispiacere è stato dato dal fatto che ci fosse ben poca gente (il locale si è poi affollato sempre più, fino a rasentare il pienone) quando un’altra piccola leggenda della psichedelia tricolore, gli Effervescent Elephants, ha aperto, tornando a profferire Verbo dopo un lunghissimo silenzio. I rari, saggi e fortunati presenti si sono goduti un tascabile concerto sul livello di quanto declinato da No Strange la sera prima. In formazione a tre allargatasi a quattro per il conclusivo, stordente maelstrom di Radio Muezzin, il gruppo di Lodovico Ellena ha splendidamente barato, promettendosi “unplugged” e offrendosi viceversa in una veste di elettrico ed elettrizzante, acido blues in scia agli unici Pink Floyd degni di essere chiamati così: quelli di Syd Barrett. Trenta minuti appena ma… si può dire? Memorabili.

Forti della presenza fra loro di un ex-Elefante, Surrealistic Lizard quantomeno sono riusciti a non farsi schiacciare dal confronto con quanto appena accaduto, forgiando hard con venature lisergiche e wave, per qualche verso ancora da registrare ma con il merito di una discreta peculiarità. Li ha avvicendati un Mao che, persa per strada la Rivoluzione, ha trovato i Santabarba e nel cambio ci ha guadagnato assai: forse i più compatti e professionali – ma non per questo meno divertiti e divertenti – di tutto “1743”, i ragazzi hanno sporto scintillante, moderno pop-rock di immane potenziale commerciale. Non ci sarebbe da stupirsi se da qui a breve si trovassero a fare concorrenza, pur nella diversità degli accenti, a gente come i Subsonica. La professionalità non manca davvero nemmeno a quegli El Tres nei quali, con il sunnominato Robbo, suona un altro fu Amico di Roland, Luca “Lallo” Mangani. “Folk and Roll” è la parola d’ordine e ne hanno offerto un apprezzabile campionario di esempi a una sala ormai colma e che ha mostrato di gradire. Sicché la platea era bella calda quando Sick Rose l’hanno ulteriormente attizzata con un’abbondante mezz’ora di garage insieme granitico e magmatico. Rinnovatosi da qualche tempo lo storico sodalizio fra il cantante Luca Re e il chitarrista Diego Mese, la sigla pare un po’ paradossalmente più in spolvero ora che non quando, vent’anni or sono, era uno dei nomi di punta del sixties-revival non italiano ma europeo, non europeo ma mondiale. Oggi Sick Rose (ammirati in città diverse volte recentemente, l’ultima di spalla ai Chesterfield Kings ) non fanno prigionieri. Mai

Per il festival una conclusione perfetta. Post-scritti: alcune ore di dischi ’60 fatti girare da mani abili per ballerini entusiasti e i tanti baci e abbracci per la personcina senza la quale tutto questo – che per inciso è servito a raccogliere fondi per l’Associazione Caterina Farassino – non sarebbe potuto succedere. Altro? Una caraffa di grappa prosciugata fino all’ultima stilla dai superstiti. A momenti albeggiava.

Eddy Cilìa